Nel contrasto alla “ludopatia” in Italia manca l’interdizione volontaria dai giochi: gli esempi europei

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compulsivegamblingIl gioco d’azzardo, anche quello online, dovrebbe essere e rimanere sempre un divertimento; purtroppo, invece, sempre più spesso le persone, soprattutto in periodi di crisi come questo, cercano proprio nel gioco, più che un passatempo, una speranza, una illusione di facili guadagni, perdendo di vista l’aspetto ludico ed “adrenalinico” tipico dei giochi di sorte. Il fenomeno del gioco compulsivo, che in Italia è stato ribattezzato con il termine, a nostro avviso inadeguato, di “ludopatia”, è da sempre uno degli aspetti problematici dei giochi d’azzardo; se da un lato occorre regolamentare il settore, sia per esigenze di controllo che per esigenze erariali (come avvenuto in Italia a partire daglia anni scorsi con le scommesse sportive), dall’altro occorre tenere ben presente, che sempre più spesso l’abitudine al gioco può degenerare in una vera e propria dipendenza.

Per quanto riguarda la necessità di tutela dei giocatori, essa può essere affrontata sotto due profili: il profilo della tutela dei minori, a cui deve essere interdetto completamente il gioco (cosa forse più semplice per i prodotti di giochi online, piuttosto che per le slot machines da bar od i punti scommesse), ed il profilo del contrasto al gioco compulsivo. Orbene in questo breve articolo di approfondimento intendiamo occuparci di quest’ultimo aspetto, appunto quello del contrasto al gioco compulsivo e della “prevenzione” delle ludopatia.

Nel marzo del 2011 la Commissione Europea ha terminato i propri lavori sull’analisi del tema del gioco d’azzardo in Europa, attraverso la redazione del cosiddetto “Libro Verde” sul gioco d’azzardo, in cui vengono affrontati tutta una serie di argomnti, dall’armonizzazione delle differenti normative nazionali, all’interno dell’UE, ai requisiti minimi per il contrasto al gioco minorile e per la tutela preventiva nei confronti del gioco compulsivo, oltre che una serie di articolo che impongono prescrizioni ben precise in merito alla pubblicizzazione del settore dei giochi di sorte.

Le disposizioni contenute in questo “Libro Verde” sono state poi recepite in modo più o meno uniforme dalle diverse normative nazionali dei singoli stati europei; in Italia si è provveduto a regolamentare queste specifiche materie attraverso il cosiddetto Decreto Balduzzi, Decreto Legge , testo coordinato 13.09.2012 n° 158 , G.U. 10.11.2012. Le innovazioni più importanti attengono alle informazioni obbligatorie da esporre sia nelle comunicazioni pubblicitarie, sia nei punti di gioco reali disseminati sul territorio, che devono contenere una serie di elementi minimi tra cui: il divieto esplicito di gioco per i minori, l’informativa sulle probabilità di vincita, e l’avvertenza sulla possibilità che il gioco possa causare dipendeza. Inoltre il Decreto (che affronta anche altri argomenti, non solo quello del gioco d’azzardo), istituisce apposite sezioni di intervento contro la “ludopatia” presso i SERT delle ASL locali, ed è stato succissivamente integrato da una circolare esplicativa dell’AAMS in materia.

Il Decreto Balduzzi citato, è entrato in vigore effettivamente a partire dal 1 gennaio 2013, ed ha sortito i propri effetti, quasi esclusivamente sulle comunicazioni pubblicitarie: sia quelle televisive che i banner su internet (ve ne potete accorgere dalle sponsorizzazioni presenti sul nostro sito) contengono ora annotazioni obbligatorie circa il pericolo del gioco compulsivo, il divieto di gioco per i minori e la possibilità di consultare le probabilità di vincita. Alla resa dei conti però, a nostro avviso, il risultato di questa normativa è stato abbastanza blando, e tutela davvero poco i giocatori, e più lo Stato e gli operatori concessionari, che apponendo gli avvertimenti “si sentono con la coscienza pulita”. Il risultato effettivo non è dissimile da quello già sortito con le “scritte intimidatorie” sui Tabacchi, o con le piccolissime “controindicazioni” presenti nelle pubblicità televisive dei farmaci… a nostro avviso tutti obblighi informativi, nella sostanza, davvero poco incisivi.

Soprattutto nel campo della lotta al gioco compulsivo, o se preferite alle “ludopatie”, altre esperienze europee dimostrano che si sarebbe potuto fare molto di più; la presenza delle sole avvertenze sulla possibilità che il gioco diventi una manifestazione patologica, e l’aver affidato solo alle ASL come prestatore di prima istanza, le cure dei giocatori compulsivi, lascia senza tutela una fascia intermedia, molto larga, di giocatori a rischio che difficilmente di propria spontanea volontà si recheranno alle ASL di competenza faceno “auting”. Qualora questo avvenisse, sarebbe a nostro avviso troppo tardi: il gioco d’azzardo avrà già fatto “tabula rasa” intorno al giocatore compulsivo, allontanandolo dalla propria famiglia, dagli amici e dalle strutture sociali di base in cui questo era inserito.

L’interdizione volontaria dai giochi: un’approccio contro le ludopatia, forse più efficace

Come dicevamo già nel titolo del presente articolo alcuni Paesi europei, come la Francia o la Spagna, hanno optato in merito al contrasto al gioco compulsivo, per l’inserimento di una “procedura” intermedia, tra le indicazioni od avvertenze obbligatorie, e l’intervento del Sistama Sanitario Nazionale: questa procedura “intermedia” è l’interdizione volontaria dal gioco.

Attraverso l’interdizione volontaria dal gioco, il giocatore si iscrive volontariamente, recandosi in genere presso le caserme della polizia locale, in appositi registri tenuti dal Ministero degli Interni; una volta avvenuta l’iscrizione, siccome i registri con la lista dei nominativi volontariamente interdetti, viene periodicamente comunicata agli operatori di giochi online ed offline legali nel paese, sarà tecnicamente impossibile per il giocatore accedere all’offerta di giochi; ogni tentativo di registrazione presso un operatore autorizzato, vedrà un diniego, ed ogni tentativo di partecipare a giochi di sorte nei punti scommessa (ma questo dipende anche dalla solerzia del gestore, che dovrebbe chiedere e controllare sempre i documenti) sarà impossibile.

Questo tipo di approccio ha due aspetti decisamente positivi da mettere in evidenza. Innanzitutto esso attribuisce alle formazioni sociali elementari, in genere la famiglia, più vicine al giocatore un potere di “persuasione” decisamente più alto, che nel caso del ricorso alle strutture sanitarie; è facile immaginare come una moglie, un figlio, un genitore possano, “forzando la mano”, indurre il proprio congiunto ad iscriversi nelle liste di interdizione volontaria dal gioco. Questo potere di controllo esercitato dalla famiglia (od altra formazione sociale di riferimento), sgrava inoltre lo Stato da un “costo” certo che avrebbe sostenuto se ci si fosse affidati soltanto alle strutture sanitarie.

Inoltre, la creazione delle liste dei giocatori volontariamente interdetti, costituisce a nostro avviso anche uno di quegli elementi di controllo del gioco e dei pericoli del gioco, in forza dei quali e solo dei quali (a seguito di una sentenza della Corte di Giustizia Europea del gennaio 2013), è giustificabile il monopolio nazionale all’interno degli stati dell’Unione; in parole semplici appare ovvio che essendo le liste di gioco comunicate solo agli operatori che sono presenti legalmente in un determinato stato, la lotta la gioco illegale, od ai siti di gioco magari stanziati in altri territori europei, appare oltre che auspicabile, assolutamente necessaria per perseguire il fine ulteriore del contrasto al gioco compulsivo.

Crediamo che quindi, nonostante l’attuazione del Decreto Balduzzi sia un buon punto di partenza, esso abbia tralasciato questo aspetto, a nostro avviso davvero importante e con un impatto “pratico” più elevato delle sole formule di avvertimento; speriamo pertanto che in futuro anche in Italia si provveda in tal senso

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